Come dovremmo gestire l’efficienza ottenuta grazie all’AI?
Un tempo c’erano i “bullshit jobs”. David Graeber li aveva chiamati così con un misto di precisione clinica e rassegnazione antropologica: lavori che, se sparissero domani, non cambierebbero nulla. Nulla per il mondo, e spesso nulla nemmeno per chi li faceva. Anzi, in molti casi la vita migliorerebbe.
Poi è arrivata l’Intelligenza Artificiale e, come sempre, abbiamo iniziato a raccontarcela nel modo sbagliato.
Il fraintendimento: non sta togliendo lavoro, sta togliendo attrito
La paura dominante è semplice: l’AI eliminerà professioni intere. La realtà che stiamo vedendo è più sottile e, proprio per questo, più pericolosa. L’AI non sta cancellando il lavoro, sta cancellando i pezzi noiosi del lavoro; mail, verbali, report, analisi, slide, riassunti, follow‑up, “metti in ordine questa roba”, “fammi una versione presentabile”.
Questo non è un dettaglio tecnico. È un cambio culturale. Perché per anni abbiamo confuso la frizione con la produttività: se mi costa fatica, allora vale; se mi prende tempo, allora è importante. L’AI rompe questa equazione e mette in luce una verità scomoda: molte attività non erano “lavoro”, erano solo gestione della complessità.
L’efficienza non è libertà: è spazio (e lo spazio è conteso)
Ed eccoci al punto che quasi nessuno vuole dire ad alta voce: l’efficienza non genera automaticamente libertà. Genera spazio. E lo spazio, in un’organizzazione, è una risorsa contesa.
Se prima ci mettevi un giorno a produrre un report e oggi l’AI te lo tira fuori in mezz’ora, l’azienda non ti regala mezza giornata. Ti chiede otto report invece di uno. Se una riunione produceva una pagina di appunti, adesso può produrre verbale, sintesi, analisi, piano d’azione e cinque slide, anche quando non le ha chieste nessuno, anche quando nessuno le leggerà mai.
Perché succede? Perché produrre materiali e artefatti informativi costa quasi zero. E quando qualcosa costa zero, la tentazione non è farne la quantità giusta. È farne troppa.
Il rischio reale: dal “bullshit job” al “bullshit work”
Questo è il salto. Il “bullshit job” evolve in “bullshit work”. Non più, o non solo, un lavoro interamente inutile, ma un lavoro che si riempie di sempre più cose inutili proprio perché generarle è diventato banale. L’AI rende possibile la moltiplicazione del superfluo. E il superfluo, nei processi, non è neutro: occupa attenzione, crea rumore, sposta priorità, simula progresso. Se non hai disciplina sull’execution, ogni nuova efficienza diventa un acceleratore del caos.
L’AI come “recupero di vita operativa”
Eppure, sarebbe un errore buttare via il bambino con l’acqua sporca. L’AI, quando adottata con lucidità, ha un potenziale enorme e molto concreto: non “fare tutto al posto tuo”, ma restituirti il controllo su ciò che merita tempo umano. La prima vittoria è banale e rivoluzionaria: liberare ore di energia cognitiva. Non solo minuti sul calendario, ma banda mentale. Il tempo che recuperi non è tempo “vuoto”, è tempo che puoi reinvestire dove prima non arrivavi mai, perché eri sempre sotto il livello dell’acqua. Qui la domanda cambia: non “quanto produciamo in più”, ma “che cosa diventa finalmente possibile”.
Dove dovrebbe andare quel tempo: più qualità, meno teatro
Se l’AI libera ore, quelle ore devono andare a qualcosa che prima non riuscivi a fare, o che facevi male perché non avevi abbastanza attenzione.
Pensiero e decisione (quello che non puoi automatizzare davvero)
L’AI accelera la produzione di materiale, ma non può prendersi la responsabilità delle scelte. Se usi il tempo recuperato per aumentare la qualità delle decisioni, l’efficienza diventa leva strategica: più tempo per valutare alternative, chiarire trade‑off, fare domande scomode, capire cosa stai davvero ottimizzando.
Relazione e fiducia (che restano il vero vantaggio competitivo)
Molte organizzazioni confondono la comunicazione con la relazione. L’AI può generare comunicazione: email perfette, recap impeccabili, follow‑up puntuali. Ma la relazione richiede presenza, ascolto, contesto, continuità. Il tempo liberato dovrebbe andare lì: clienti, team, partner. Dove si costruiscono fiducia e allineamento, non dove si produce “output”.
Miglioramento dei processi (non solo velocità)
Se l’AI ti permette di chiudere un’attività in un terzo del tempo, la scelta matura non è solo fare di più. È chiedersi perché quell’attività esiste, quali passaggi sono ridondanti, quali controlli sono solo rituali, quali approvazioni sono diventate colli di bottiglia per abitudine. L’efficienza vera non è accelerare un processo sbagliato. È smettere di farlo, o ridisegnarlo.
Formazione, evoluzione del ruolo, aumento della soglia
La parte migliore dell’AI è che alza l’asticella. Se delego all’AI la prima bozza, il mio lavoro non è più “scrivere”, è “pensare meglio”: definire la domanda, impostare il criterio, verificare le assunzioni, scegliere cosa tagliare, dare direzione.
Il tempo liberato dovrebbe essere investito in questa evoluzione: diventare più bravi nel lavoro che resta. Quello non meccanico, non ripetibile, non standardizzabile.
Come si gestisce l’efficienza: governance, non entusiasmo
La domanda, quindi, non è quali professioni verranno cancellate dall’intelligenza artificiale. La domanda vera è: come intendiamo gestire l’efficienza?
Un’azienda matura dovrebbe trattare l’efficienza come capitale strategico, non come pretesto produttivo. Significa fare scelte esplicite: definire che cosa è un output accettabile e che cosa è solo rumore, misurare il valore non in pagine prodotte ma in decisioni migliorate, costruire una cultura del “meno ma meglio”.
Soprattutto richiede un gesto culturale controintuitivo: restituire tempo. Non come premio, ma come strategia. Perché se l’AI diventa solo una macchina per riempire ogni minuto libero con altra roba da fare, allora non stiamo innovando. Stiamo solo comprimendo l’umano in un ciclo di output sempre più rapido e sempre più vuoto.
La scelta finale: volume o valore
L’AI aveva la possibilità di liberarci e ad oggi ce l’ha ancora; ma la libertà non è una feature del software, é una scelta di governance.
Se non decidiamo noi come usare l’efficienza, lo farà il sistema al posto nostro, e il sistema, per definizione, non punta alla vita. Punta al volume.


