Quando il pesce puzza dalla testa
C’è un vecchio detto popolare che conosciamo tutti: il pesce puzza dalla testa. È una metafora efficace, soprattutto quando si parla di aziende, perché attribuisce a chi guida la responsabilità di ciò che accade sotto di lui. Ma c’è un problema: non sempre il pesce comincia a puzzare dalla testa, a volte la testa è semplicemente il punto in cui il cattivo odore diventa impossibile da ignorare.
Il problema non è il ruolo, ma chi lo occupa
In ogni organizzazione esistono persone capaci e persone meno capaci. È normale; il problema nasce quando queste differenze smettono di essere riconosciute e diventano irrilevanti rispetto alle gerarchie. Sopratutto nelle aziende in evoluzione, dove cambiano processi, mercati, tecnologie e modelli di business, la competenza dovrebbe essere il principale criterio per scegliere chi guida. Eppure, spesso, accade il contrario; persone che hanno raggiunto una posizione per anzianità, relazioni, opportunità o equilibri interni finiscono per ricoprire ruoli per i quali non possiedono le conoscenze e le capacità necessarie.
Il titolo, però, non produce automaticamente competenza e il potere decisionale non è una certificazione di merito.
Il risultato è un paradosso: chi dovrebbe aiutare l’organizzazione a evolvere diventa un freno, così come chi dovrebbe risolvere i problemi li moltiplica e chi dovrebbe valorizzare le persone finisce per limitarle, spesso senza rendersi conto del danno che sta producendo.
Quando l’incompetenza diventa un sistema
L’incompetenza individuale, da sola, non è necessariamente una tragedia; tutti possiamo sbagliare, imparare e trovarci in situazioni per le quali non siamo ancora pronti. Il vero problema è l’incompetenza che non riconosce se stessa. Quella che si traveste da autorità, trasforma le opinioni in verità assolute e interpreta ogni osservazione come una minaccia personale. Qui entra in gioco il principio di Peter, secondo cui, nelle organizzazioni gerarchiche, le persone tendono a essere promosse fino a raggiungere un livello di incompetenza. Non è una legge universale, ma descrive una dinamica che molte aziende conoscono bene: essere bravi in un ruolo non significa necessariamente essere adatti a quello successivo.
Il danno diventa ancora più grave quando chi occupa una posizione apicale non possiede neppure l’onestà intellettuale necessaria per riconoscere un errore. Peggio ancora quando non riesce a riconoscere i meriti di chi ha contribuito a un risultato.
In questi contesti, il successo diventa personale quando conviene, mentre le responsabilità vengono distribuite quando qualcosa va storto. Così i risultati del gruppo diventano meriti del capo e gli errori del capo diventano problemi del gruppo. Questa non è leadership, è gestione del potere senza assunzione di responsabilità.
Una figura incompetente in una posizione marginale può creare problemi circoscritti. Una figura incompetente al vertice, invece, può trasformare i propri limiti in un modello organizzativo. Come? Circondandosi di persone che non mettono in discussione le sue decisioni. Collaboratori compiacenti, incapaci di assumersi responsabilità oppure abbastanza interessati alla propria posizione da preferire il silenzio alla verità, infatti il vero veleno è circondarsi delle persone sbagliate.
A quel punto, l’azienda smette progressivamente di premiare il contributo e comincia a premiare la fedeltà personale. Le idee migliori non sono più quelle che producono risultati, ma quelle che non disturbano chi decide. Il dissenso costruttivo viene scambiato per insubordinazione e la competenza indipendente diventa scomoda. Si crea così un ambiente nel quale le persone capaci devono scegliere: adattarsi, tacere oppure andarsene.
Ed è proprio qui che il problema supera i confini del singolo dirigente; perché quando chi guida seleziona collaboratori sulla base della convenienza personale anziché del merito, non sta soltanto sbagliando delle assunzioni, ma sta costruendo un sistema destinato a proteggere i propri errori.
Le persone non lasciano soltanto le aziende
C’è una frase che viene ripetuta spesso nel mondo del lavoro: le persone non lasciano le aziende, lasciano i capi.
È una semplificazione, certo, ma contiene una verità difficile da ignorare. Le persone capaci possono accettare obiettivi ambiziosi, ritmi intensi, cambiamenti complessi e persino errori organizzativi. Quello che diventa difficile da accettare è lavorare in un contesto nel quale il merito non conta, la responsabilità è un optional e la correttezza viene sacrificata per proteggere chi detiene il potere. Quando il contributo viene ignorato, le idee vengono ostacolate e i risultati vengono attribuiti ad altri, la motivazione si consuma. Prima arriva il disincanto, poi il distacco, infine, spesso, arriva una lettera di dimissioni. Così l’azienda perde proprio quelle persone che avrebbe dovuto trattenere: quelle che conoscono i processi, costruiscono relazioni, risolvono problemi e rendono possibile l’evoluzione. Il danno non si misura soltanto nel costo di una sostituzione. Si misura nella conoscenza che esce dalla porta, nelle opportunità mancate e nella credibilità che l’organizzazione perde.
Il pesce può puzzare dalla testa, ma la testa decide quanto durerà il problema
Torniamo allora alla metafora iniziale. Il pesce non puzza necessariamente dalla testa. Le inefficienze, i comportamenti opportunistici e le persone inadatte possono trovarsi a qualsiasi livello aziendale. La differenza è che chi occupa una posizione apicale dispone degli strumenti per correggere il problema oppure per renderlo sistemico.
Un buon leader riconosce i propri limiti, seleziona persone migliori di sé nelle rispettive competenze, attribuisce i meriti a chi li ha conquistati e si assume la responsabilità degli errori. Non ha bisogno di essere il più intelligente della stanza, ha bisogno che la stanza funzioni. Un cattivo leader, invece, teme il confronto, confonde il rispetto con la sottomissione e considera la competenza altrui un rischio per la propria autorità.
La vera domanda, quindi, non è da dove provenga il cattivo odore: é perché nessuno intervenga per eliminarlo.
Perché un’azienda può sopravvivere a una persona incompetente, può persino sopravvivere a un dirigente sbagliato, se possiede meccanismi di controllo e una cultura capace di correggere gli errori.
Quello che difficilmente può permettersi è un sistema che protegge l’incompetenza, premia la compiacenza e allontana il merito. A quel punto, non è più soltanto il pesce a puzzare, é l’intero eco-sistema che ha smesso di funzionare e quando ciò accade, chi ha ancora la capacità di riconoscerlo, prima o poi, cerca acqua più pulita.


