Decorre in questi giorni il ventennale dei miei esami di maturità. Prenderne atto è stato per me scioccante.

Non che io voglia iniziare con frasi come: “Madò eh, pare ieri!”, per carità. Ne è passata di acqua sotto i ponti in questi anni. Città, esami, amori, lavori, conoscenti. Affetti persi e affetti trovati. Passioni coltivate. Frustrazioni maturate.

Però 20 anni son 20 anni. E l’unico modo per accorgersi di quanto siano realmente lunghi 20 anni è trovarsi di fronte uno 20 anni più giovane, uno che 18 anni li abbia oggi, un maturando. E osservarlo mentre si sta discretamente defecando addosso per la capitale prova esistenziale che è chiamato a sostenere: gli esami di Stato (la Maturità notoriamente rientra nella Top 3 di tutte le Anxiety Parade dell’umanità).

Ed è proprio a lui, a quel maturando neo-maggiorenne, che vorrei dire le seguenti cose:

Il voto di maturità non conta una beata fava, non ti apre le porte del paradiso e nessuno te lo chiederà mai, nemmeno ai colloqui. Non esiste alcun motivo per sbattersi per il 100, a meno che il papi non ti abbia promesso una vacanza a Formentera, nel qual caso ovviamente sì. In tutte le altre eventualità, no. Il successo nella vita non è in alcun modo legato al voto della maturità. Se il problema è proprio il rischio di perdere l’anno, mbé, bellomio ci potevi pensare prima.

Chetati, per piacere. Non piangere, non strippare, dormi la notte. Esaurisciti un po’, per carità, è normale. Ma è solo scuola, come domani sarà solo lavoro. La vita è un’altra cosa.

A proposito di vita, non decidere nulla della tua in questo momento. Qualsiasi decisione tu prenda sarà probabilmente sbagliata, oppure sarà la scelta di qualcun altro, ma in ogni caso che minchia ne sai della vita per prendere una decisione che, per questioni logistico-economiche, vincolerà la tua? Sei così sicuro che abbia un senso far spendere ai tuoi genitori migliaia di euro in formazione? E per fare cosa? Trasferirti a 1.000 chilometri e sperare tra qualche anno di entrare nel rampante limbo dei milleuristi?

Non decidere ora. Fai le valigie e vattene per un anno. A Londra, a Shanghai, a Kuala Lumpur. Vattene dove minchia vuoi, ma vattene. Con o senza soldi, parti. Questo anno in giro non sarà un anno perso, sarà un investimento culturale ed esistenziale che farai su te stesso. Viaggia, conosci, inizia a imparare a stare al mondo. Lavora per camparti. Cresci. Sbattiti. Riesci.

Dopo un anno, decidi. Decidi se tornare in Italia e a fare cosa. Decidi se restare all’estero. Decidi se continuare a studiare. Decidi se cominciare a lavorare. Decidi se diventare uno startupper o se rilevare l’attività di tuo padre. Decidi se hai un sogno e chiediti se valga la pena realizzarlo.

Chiediti quale sia la qualità della vita che vuoi avere da grande, piuttosto che chiederti che mestiere tu voglia fare. Tanto il mestiere che vuoi fare quasi sicuramente non potrai farlo e comunque sarà diverso da come lo immagini. Ma, soprattutto, non è tutto. La vita è fatta di tanti pezzi, il lavoro è uno di essi. Importante, per carità, ma è solo una parte e quelli che ti dicono che è tutto, sono degli alienati. Chiediti, per esempio, se davvero quello che vuoi è vivere in una città in cui la vita costa il doppio che nella tua; chiediti se sei disposto a vivere per sempre lontano dalla tua famiglia o, viceversa, se sei disposto a vivere avendocela sempre tra le gonadi; chiediti se la ragazza che ami, la ami per davvero e non avere paura di risponderti, perché l’amore è l’unica cosa difficilissima che è più facile quando si è più giovani. Chiediti quanto ti costerà vivere lontano dalle tue montagne o dal tuo mare e metti sull’altro piatto della bilancia i vantaggi reali che avrai in cambio di quel costo.

Mentre fai questa prodigiosa analisi, pensa che la tua vita cambierà. Crescerai. Avrai sempre meno tempo e sempre più impegni. Avrai più soldi ma anche più spese. I tuoi genitori invecchieranno e tu non ci sarai nel mentre. I tuoi fratelli avranno dei figli e tu sarai lo zio di Milano che non li vede crescere. Un giorno avrai una tua famiglia e gestirla senza l’aiuto di nessuno sarà più difficile che gestirla subappaltando il babysitteraggio ai nonni. Oppure sarai solo e ad esser soli ci vuole un fegato così.

Nel frattempo non smettere mai di leggere, di guardare, di ascoltare, di imparare. Sii curioso di ciò che ti fa star bene. E impara a star bene di ciò che hai.

Liberati di tutte le sovrastrutture sociali e gli status symbol. Per lo meno chiediti se fare l’ingegnere per te sia più importante – al fine di essere felice – di fare, chennesò, il giardiniere.

Ascolta tutti i consigli che vuoi, ma cerca di non seguirne nessuno. E, se proprio devi, parla con persone 10 anni più grandi di te. Qualcuno che ti conosca e che abbia appena percorso il tracciato che ti appresti a seguire. Qualcuno che ne ricordi con chiarezza onori e oneri. Qualcuno che abbia la sincerità di raccontarti il bello e il brutto che t’aspetta. Per intero. Così com’è.

Ma soprattutto goditi l’estate che arriva, senza ritegno e senza mezze misure.

Goditi gli anni che verranno, perché saranno tra i più belli che vivrai.

Buon viaggio.

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